“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.


Così Calvino chiude quell’imprescindibile racconto che è Le città invisibili, ma la via per discernere la indica piuttosto altrove, quando spiega che leggere i classici è fondamentale perché “ci servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati”. 

L’arte è sempre stata contemporanea al suo tempo, e ciò sembrerebbe un’ovvietà da un lato e l’attestazione che ogni epoca dovrebbe ascoltare i propri poeti dall’altro. Nell’esperienza del presente nessun compositore restituirebbe il 2020 attraverso l’arte di Pierluigi da Palestrina, ma la maestria della sua opera, la poesia della sua lettura, la visione dell’arte musicale, la sintesi di valori, di pensiero e di fondamenti umani della sua contemporaneità ha un senso di compiutezza e perenne evoluzione da rendere l’opera che la restituisce universale e infinita. Così potremmo dire della pittura e di Caravaggio e Vermeer, così della poesia e di Petrarca e Milton, così del teatro e di Eschilo e Molière.

Nell’immagine: Robert Campin (Maestro de Flémalle), Santa Barbara leggente (part.), 1438, olio su tavola, cm 101 X 47. Madrid, Museo del Prado

Ecco perché l’arte del passato non è da celebrare, ma da vivere e gustare continuamente, da tenere vivida nel presente perché il presente se ne nutra e ne tragga il suo maggior profitto: una parola strana, profitto, quando si parla di arte e cultura, ritenute dall’homo oeconomicus totalmente inutili perché improduttive. Eppure Eugène Ionesco, commediografo francese di origini rumene, non usa tinte leggere per descrivere la necessità dell’arte: “In tutte le grandi città del mondo le cose stanno così. L’uomo moderno, universale, è l’uomo indaffarato, che non ha tempo, che è prigioniero della necessità, che non comprende come una cosa possa non essere utile; che non comprende neppure come, in realtà, proprio l’utile possa essere un peso inutile, opprimente. Se non si comprende l’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile, non si comprende l’arte; e un paese dove non si comprende l’arte è un paese di schiavi o di robots, un paese di persone infelici, di persone che non ridono né sorridono, un paese senza spirito“.

“La poesia, il bisogno di immaginare, di creare è fondamentale quanto quello di respirare. Respirare è vivere e non evadere dalla vita“.

(E. Ionesco, Relazione per una riunione di scrittori, 1961)


Riascoltiamo insieme Le lagrime di San Pietro di Orlando di Lasso, nella splendida interpretazione di Gianluca Capuano e de Il Canto di Orfeo per il Festival dell’Ascensione 2018. Video a cura di Edoardo Lambertenghi.