In una stanza, con immaginarie mura, un’anima credente si rivolge penitente al Cristo sacrificato per intercessione della più umile e potente delle creature: la Madre. Così Antonio Migliori, ecclesiastico ascolano (+ 1616), teologo e cultore di lapidaria antica, intona la propria lirica spirituale tra stilemi di poesia profana e immagini di derivazione biblica, come si usava in quegli anni: si pensi a Le lagrime di San Pietro di Tansillo intonate da Lasso (riprese nella newsletter del 21 marzo scorso), i Sonetti penitenziali di Giovanni Croce  (1596), le Eccellenze di Maria Vergine intonate da Philippe de Monte (1593).

In una stanza, con immaginarie mura, pone anche Walter Testolin i cantanti dell’ensemble RossoPorpora: stanno, tra piccoli tavoli, volumi che richiamano vagamente le preziose Aldine, stoffe e seggiole di nobile situazione casalinga, a ricordare come proprio quelle edizioni abbiano incentivato la lettura personale e quanto ristrette ma non solitarie fossero anche lettere e preghiera nelle corti della penisola italica, condivise tra nobili e artisti, commissionati dagli uni, aperti al mondo e al tempo dagli altri.



In simile contesto il nostro teologo Antonio Migliori – ci spiega il musicologo Daniele Filippi – «aveva pubblicato il Priego alla Beata Vergine Maria, in ottava rima composto a Roma nel 1593, presso lo stampatore Guglielmo Facciotti ad istanza dell’editore Giovanni Martinelli, dedicandolo «alla Serenissima Gran Duchessa di Toscana», Cristina di Lorena. Dalla lettera dedicatoria apprendiamo che un fratello di Antonio, Simeone, serviva «in cose dello Spirito», ossia era probabilmente cappellano, del granduca Ferdinando de’ Medici, marito di Cristina (e già cardinale)». Non sappiamo quale sia stata la divulgazione del Priego in ambiente romano, ma certo Giovanni Pierluigi da Palestrina aveva rapporti diretti e di lunga data con Ferdinando de’ Medici, per cui suonerebbe molto plausibile il progetto di musicare un’opera appena dedicata alla consorte di Ferdinando e mantenere vivaci e fervidi i contatti già preziosi della sua rete.

«La struttura del poemetto è presto descritta: due stanze proemiali, di invocazione a Cristo, ventisette stanze rivolte alla Vergine, infine una stanza di congedo, indirizzata a Dio Padre (e che parafrasa la diffusissima orazione Gratiam tuam, quaesumus Domine: quella con cui, ad esempio, si chiude la recita dell’Angelus). Nelle stanze mariane così incastonate non succede, beninteso, nulla: non c’è alcuna progressione narrativa. Ben lungi, insomma, dall’essere ottave epiche, quelle di Migliori sono piuttosto ‘ottave litaniche’, variazioni su uno stesso tema e schema: a uno o più epiteti mariani (tratti da note sequenze di litanie, e forse da altre raccolte coeve di lodi e attributi della Madonna) si contrappongono retoricamente le passate mancanze del peccatore, che ora esprime segni e propositi di conversione, e invoca la salvezza eterna. […] Nel panorama della letteratura spirituale cinquecentesca, in cui la riscrittura e reinvenzione lirica delle forme della preghiera cristiana (dai salmi alle antifone mariane, dagli inni ai misteri del rosario) ha una parte notevole, il Priego è, insomma, la trasposizione glossante del modello litanico al livello di una poesia colta, preziosa, lato sensu petrarchista e tassesca. Di una mediocritas, se non forse aurea, argentea».


Robert Campin, L’Annunciazione, 1427 ca., olio su tavola, 129 x 64,50 cm, New York, Metropolitan Museum
[clicca per ingrandire]


Palestrina intona trenta madrigali independenti ma collegati da un percorso tonale molto preciso e ordinato secondo gli otto modi del sistema classico: geometricamente, pianifica quattro macrosezioni piuttosto bilanciate tra loro. Il passaggio tra le sezioni è innescato da un cambio espressivo; la scrittura madrigalistica è incardinata, come spesso accade, su immagini e contrasti testuali di cui è ricco il poema di Migliori e che in ciò favorisce il periodare madrigalistico, altrimenti non facile; a evitare la disgregazione del pensiero cui la varietà di dinamiche e immagini potrebbe condurre in un ciclo così vasto e privo di azione teatrale, strutture ampie, linee lunghe e plastiche proprie della raffinatissima scrittura di Palestrina, che raggiunge in quest’opera la quintessenza della polifonia cinquecentesca e della sua stessa genialità di elegantissimo architetto e poeta.

«Palestrina dispiega nel Priego uno stile alto di polifonia a cinque parti, esigente sia per gli esecutori (costretti a un tour de force non meno dal variare delle estensioni che dalla mobilità dell’orchestrazione vocale), sia per gli ascoltatori (impegnati, nel caso di una esecuzione integrale, in un prolungato esercizio immersivo per i sensi e per lo spirito). Indulgendo alla mistica dello stile tardo e del «canto del cigno», si è tentati di parlare per il Priego di una summa palestriniana di questa scrittura, quintessenza del Cinquecento polifonico. Una sintesi in cui sarebbe vano cercare un’effettistica à la Marenzio, ma che certo destituisce di fondamento qualunque lettura inespressiva di Palestrina. Una sintesi distillata tramite precisissime gradazioni (tanto per fare un esempio, Palestrina riserva all’ottava conclusiva, con l’appello diretto a Dio Padre, l’incipit omoritmico a cinque – altre ottave iniziavano omoritmicamente, ma mai a pieno organico). Una sintesi che, sebbene codifichi nel prodigioso controllo testurale e nelle contrapposizioni ritmiche le inflessioni dinamiche e agogiche del canto, pure richiede un’interpretazione tutt’altro che meccanica, rinunciataria o inutilmente castigata, bensì capace di lasciar respirare e prender forma alle immagini che si inseguono, senza perdere l’orientamento globale. Un’esecuzione, insomma, che renda possibile una vera meditazione, letteralmente polifonica, del testo».



Vengono citate, all’inizio di questo scritto, le edizioni di Aldo Manuzio (Bassiano 1449 – Venezia, 6 febbraio 1515), il cui motto era festina lente, “affrettati con calma”: ovvero agire considerando il giusto peso delle conseguenze, ma senza poi indugiare eccessivamente prima dell’azione. Il motto si adattava perfettamente a un momento di profondi cambiamenti nella storia della comunicazione (si pensi alla stampa e all’editoria degli anni a cavallo di secolo), raccomandando dunque con un ossimoro le migliori virtù da utilizzare: pensiero, ponderazione e azione adeguata e certa. 
Dello stesso motto approfittiamo per ricordarci vicendevolmente di tenere attivo il pensiero, lucide le valutazioni, ferme le azioni. Per la quintessenza del nostro tempo ci affidiamo agli artisti, ai filosofi e ai compositori, a quest’arte che può dire senza parole o grazie a esse andare tanto, tanto oltre il detto. 
All’immenso Giovanni Pierluigi da Palestrina, a un’opera che ha nel suo ascolto completo una ragion d’essere ben superiore alla piacevolezza del suono e allo splendido lavoro che RossoPorpora e Walter Testolin hanno compiuto per il Festival dell’Ascensione 2018 lasciamo tutto lo spazio di questo fermo sabato di Passione.

Giuditta Comerci, direttore artistico